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Senza categoria bidelli informatici | 17 Ott 2011 09:58 pm

Democrazia nel piatto

Articolo pubblicato in italia da Internazione tradotto dalla rivista statunitense The Nation

Orti urbani e ogm, cialis pesticidi e sementi locali, pharm multinazionali e commercio equosolidale. Nell’industria alimentare si agitano movimenti in contrapposizione tra loro. Un intervento della scrittrice e ambientalista statunitense Frances Moore Lappé sul food movement.

Da anni mi chiedono se rispetto a quando ho scritto Diet for a small planet, nel 1971, le cose siano migliorate o peggiorate. La mia risposta è entrambe le cose. Come produttori, venditori e consumatori di cibo ci stiamo muovendo in due direzioni contemporaneamente. A livello mondiale i raccolti sono abbondanti, ma le persone che soffrono la fame sono diventate circa un miliardo. E un numero ancora più grande di individui ha abitudini alimentari pericolose (quattro delle dieci principali malattie mortali negli Stati Uniti dipendono in parte dalla dieta seguita).

Il controllo delle terre, delle sementi e della distribuzione del cibo è sempre più concentrato nelle mani di pochi, e i terreni agricoli nel sud del mondo vengono sottratti alle popolazioni locali da chi specula sui prezzi dei generi alimentari. Quattro aziende controllano i tre quarti del commercio internazionale di cereali. Nel 2000 dieci multinazionali realizzavano la metà delle vendite di generi alimentari e bevande in tutti gli Stati Uniti. Le condizioni di lavoro dei contadini statunitensi sono così misere che sette coltivatori della Florida sono stati condannati per aver trattato come schiavi più di mille braccianti. L’aspettativa di vita di un bracciante negli Stati Uniti è di 49 anni. È la tendenza attuale. Ed è ingiusta e pericolosa.

Ma esiste anche un’altra tendenza, che va verso una maggiore democrazia e un’agricoltura più in sintonia con la natura: è il food movement, il movimento globale per il cibo. Negli Stati Uniti si ispira al coraggio di intellettuali come Upton Sinclair e Rachel Carson, e da almeno quarant’anni sta guadagnando forza e respiro anche nel resto del mondo. Secondo alcuni, questo movimento è un fenomeno marginale, una conseguenza della mania della classe media per i mercati di produttori locali (farmers’ market), gli orti urbani e l’alimentazione sana nelle scuole.

Io credo invece che sia un movimento rivoluzionario guidato dai poveri del mondo (in Florida come in India), potenzialmente in grado di trasformare non solo il modo in cui mangiamo, ma anche la nostra percezione del mondo e di noi stessi.

Una roulotte a Immokalee
Nel 1984 incontrai una giovane madre, seduta sul suo letto in una delle case riservate ai braccianti di un’azienda agricola dell’Ohio. Era malata di cancro, ma mi chiese senza nessun rancore: “Noi diamo da mangiare alla gente. Perché non rispettano il nostro lavoro?”. Non aveva nessuna protezione dai pesticidi usati nei campi né accesso all’acqua potabile.

Venticinque anni dopo a Immokalee, in Florida, ho visitato la squallida roulotte dove vivevano otto raccoglitori di pomodori. Quello che mi ha colpito di più è stato il loro ottimismo: facevano parte della Coa­lition of Immokalee workers (Ciw), un sindacato che riunisce quattromila lavoratori latinoamericani, maya e haitiani. La Ciw è stata fondata nel 1993, a più di vent’anni dai primi scioperi dei contadini organizzati dall’attivista César Chávez.

Negli anni novanta è riuscita a ottenere il primo aumento salariale collettivo in vent’anni. I salari reali, tuttavia, erano ancora fermi ai livelli precedenti agli anni ottanta. Perciò nel 2001 la Ciw ha lanciato la Campaign for fair food (Campagna per il cibo equo), che ha costretto quattro grandi catene di fast food (McDonald’s, Taco Bell, Burger King e Subway) a pagare due centesimi in più per ogni chilo di prodotti alimentari acquistato e a sottoscrivere un codice di comportamento per proteggere i lavoratori. Successivamente l’accordo è stato firmato anche da quattro grandi fornitori di servizi di ristorazione, tra cui Sodexo. Quest’autunno il sindacato farà applicare le nuove norme nel 90 per cento delle aziende che coltivano i pomodori in Florida, migliorando la vita di trentamila braccianti. Il prossimo obiettivo della Campaign for fair food sono le catene di supermercati.

Negli ultimi anni in Brasile quattrocentomila famiglie di contadini hanno trovato non solo una voce, ma hanno anche avuto l’opportunità di coltivare le loro terre. In questo modo sono entrati a far parte del gruppo di mezzo miliardo di piccoli agricoltori che produce il 70 per cento del cibo mondiale. In altre parti del mondo, le stesse richieste di un accesso più equo ai terreni non hanno ottenuto gli stessi risultati, nonostante sia stato dimostrato che i piccoli proprietari sono quasi sempre più produttivi ed efficienti rispetto ai grandi.

Cos’è successo in Brasile? Nel 1984, con la fine della dittatura, è nato il più grande movimento sociale del sud del mondo: quello dei Sem terra (Mst). Meno del 4 per cento dei proprietari terrieri del Brasile controlla circa la metà dei terreni, spesso ottenuti in modo illegale. L’obiettivo dei Sem terra è la riforma agraria e nel 1988 la nuova costituzione brasiliana ha dato una legittimazione giuridica al movimento: l’articolo 5 afferma che “la proprietà deve assolvere alla sua funzione sociale”, e l’articolo 184 afferma il diritto del governo di “espropriare (…) per realizzare una riforma agraria, la proprietà rurale”.

La prima tattica usata dai Sem terra è stata l’occupazione notturna dei terreni incolti. Dopo il 1988, con gli stessi metodi, il movimento ha costretto il governo a rispettare la costituzione. Grazie al coraggio dell’Mst, un milione di persone si sta costruendo una nuova vita su circa quattordici milioni di ettari di terreni. Sono state create migliaia di comunità agricole, scuole per 150mila bambini, centinaia di cooperative e altre aziende.

Alcuni mesi fa, però, João Pedro Stédile, cofondatore del movimento, ha avvertito che con la crisi finanziaria internazionale i capitalisti di tutto il mondo hanno cominciato a “proteggere i loro fondi investendo nella terra e nei progetti energetici” in Brasile, provocando così una nuova concentrazione dei terreni agricoli.

Negli Stati Uniti il 9 per cento delle imprese agricole è responsabile di oltre il 60 per cento della produzione totale. Ma i piccoli agricoltori controllano più della metà dei terreni, e il mercato sempre più fiorente dei prodotti biologici li ha aiutati a crescere: tra il 2002 e il 2007 il numero complessivo dei piccoli proprietari è aumentato di 18.467 unità.

Tre paesi per gli ogm
La battaglia per le sementi è altrettanto dura. Negli ultimi quarant’anni più di mille produttori indipendenti sono stati inglobati dalle multinazionali. Tre aziende – Monsanto, DuPont e Syngenta – controllano la metà del mercato mondiale delle sementi. A favorire questa concentrazione sono state tre sentenze della corte suprema statunitense che, dal 1980 in poi, hanno autorizzato i brevetti sulle forme di vita, sementi comprese. Nel 1992 anche la Food and drug administration (Fda, l’ente statunitense di controllo sui farmaci e i prodotti alimentari) ha approvato gli organismi geneticamente modificati, sostenendo di “non essere al corrente di informazioni in base alle quali si possa dimostrare che gli alimenti ogm siano significativamente e uniformemente diversi dagli altri alimenti”.

Il via libera del governo di Washington ha contribuito alla rapida diffusione degli ogm, tanto che oggi quasi tutto il mais e la soia prodotti negli Stati Uniti provengono da semi geneticamente modificati, brevettati da un’unica azienda: la Monsanto. La posizione della Fda ha contribuito a rendere la diffusione degli ogm talmente invisibile che la maggior parte degli statunitensi è ancora convinta di non averli mai mangiati, anche se l’industria alimentare sostiene che potrebbero essere presenti nel 75 per cento degli alimenti lavorati.

Le campagne di informazione sugli ogm sono riuscite a confinare quasi l’80 per cento delle coltivazioni di questi semi in tre paesi: Stati Uniti, Brasile e Argentina. Nell’Unione europea e in più di venti altri paesi, compresa la Cina, dev’essere indicata sulle etichette la presenza di ogm.

In Europa la diffidenza verso gli ogm ha raggiunto il culmine nel 1999. Jeffrey Smith, autore di L’inganno a tavola, è convinto che succederà lo stesso negli Stati Uniti, dove sempre più cittadini sono coinvolti nella lotta contro gli organismi geneticamente modificati. In tutto il mondo milioni di persone si stanno opponendo ai brevetti sulle sementi. Grazie alle banche dei semi, sempre più agricoltori e giardinieri producono, scambiano e tutelano decine di migliaia di varietà di sementi. A Decorah negli Stati Uniti la Seed savers exchange (un’organizzazione non profit per la tutela delle varietà vegetali tradizionali) calcola che dal 1975 i suoi iscritti si sono scambiati quasi un milione di campioni di rari semi da giardino.

Nello stato indiano dell’Andhra Pradesh – la capitale mondiale dei pesticidi – un movimento femminile nato nei villaggi, la Deccan development society, ha fatto della preservazione dei semi la sua bandiera. Dopo gli sconfortanti raccolti delle coltivazioni di cotone ogm e la diffusione di nuove malattie legate ai pesticidi, il movimento ha convinto 125 villaggi ad adottare miscele di sementi più tradizionali e nutrienti, assicurando qualcosa da mangiare ad almeno cinquantamila persone. Su una scala più ampia, l’organizzazione Navda­nya di Vandana Shiva ha liberato 500mila agricoltori dalla dipendenza dai prodotti chimici, insegnandogli a conservare e proteggere i semi locali. Il centro di ricerca e sviluppo dell’organizzazione custodisce tremila varietà di riso e di altre piante.

Ossessione produttivista

Il movimento globale per il cibo cerca di mettere in discussione una premessa sbagliata, cioè che il successo dell’agricoltura e la soluzione al problema della fame dipendano dal miglioramento delle tecnologie in grado di aumentare i raccolti di alcune coltivazioni. Questa è quella che chiamiamo “agricoltura industriale”, ma sarebbe meglio chiamarla “produttivista” – perché si concentra solo sulla produzione – o “riduttivista”, perché riduce tutto a un singolo aspetto.

L’ossessione per la produttività di singole coltivazioni è antiecologica. Non solo inquina, indebolisce e distrugge la natura, ma non tiene conto del primo insegnamento dell’ecologia: le relazioni. Il produttivismo isola l’agricoltura dal suo contesto e dalla sua cultura. Nel 2008 è stato pubblicato un rapporto che ha fatto scricchiolare l’impalcatura produttivista. L’International assessment of agricultural knowledge, science and technology for development (“Valutazione internazionale delle conoscenze, della scienza e della tecnologia agricola per lo sviluppo”, Iaastd), spiega che qualsiasi soluzione ai problemi della povertà, della fame e del cambiamento climatico presuppone un’agricoltura in grado di migliorare la vita dei produttori, le loro conoscenze, la loro autosufficienza e la parità sessuale. Quest’agricoltura deve inoltre rispettare l’ambiente e cercare di riequilibrare il ciclo dell’anidride carbonica. Realizzato da quattrocento esperti nel corso di quattro anni, il rapporto ha avuto il sostegno di sessanta governi e della Banca mondiale.

Lo Iaastd promuove l’idea sempre più diffusa che l’agricoltura sia un’attività al servizio della vita e che vada concepita come una cultura di relazioni sane, sia nei campi (tra organismi della terra, insetti, animali, piante, acqua, sole) sia all’interno della comunità. Il movimento globale per il cibo sta promuovendo l’agri-cultura (un termine creato dallo scrittore Jules Pretty).

Una delle organizzazioni più influenti di questo movimento è la Via campesina, fondata nel 1993, quando i piccoli agricoltori e i lavoratori rurali di quattro continenti si sono dati appuntamento in Belgio. L’obiettivo del gruppo è la “sovranità alimentare”, una definizione scelta con cura per mettere “produttori, distributori e consumatori al centro dei sistemi e delle politiche alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle imprese”. La Via campesina comprende 150 organizzazioni locali e internazionali e duecento milioni di piccoli agricoltori in sette paesi.

E nel nord urbanizzato, in che modo viene promossa l’agri-cultura? Molti statunitensi cominciano a sporcarsi le mani con la terra, per ottenere prodotti a chilometri zero e abbattere le emissioni di gas serra. Un terzo delle famiglie americane si dedica al giardinaggio, ed è sempre più diffuso il fenomeno degli orti urbani, che negli Stati Uniti sono circa 18mila. In Gran Bretagna sono così popolari (almeno centomila persone sono in lista per un appezzamento) che il sindaco di Londra ha promesso altri 2.012 orti entro il prossimo anno. La combinazione tra ecologia agricola ed ecologia sociale promossa dall’agri-cultura trasforma anche il mercato: da compravendita anonima e amorale compiuta all’interno di un sistema organizzato per concentrare il potere si passa a un modello basato su valori condivisi e costruito per assicurare l’equità e la corresponsabilità.

Nel 1965 l’organizzazione umanitaria britannica Oxfam, in risposta alle richieste dei paesi poveri che invocavano “commercio, non aiuti”, lanciò il primo progetto per il commercio equo, chiamato Helping-by-selling. Oggi più di 800 prodotti hanno la certificazione di commercio equo, che garantisce vantaggi diretti a sei milioni di persone. Nel 2010 il giro d’affari dei prodotti equosolidali negli Stati Uniti ha raggiunto gli 1,5 miliardi di dollari. Anche i farmers’ market, dove avviene uno scambio diretto tra produttore e consumatore, stanno contribuendo a diffondere l’agri-cultura. Prima della metà degli anni novanta questi mercati erano talmente rari che il dipartimento dell’agricoltura degli Stati Uniti non si preoccupava di tenerne traccia. Oggi ce ne sono più di settemila in tutto il paese.

Chi se la passa meglio
Il sistema alimentare mondiale rispecchia le regole (spesso non scritte) delle nostre società, che stabiliscono chi avrà la possibilità di mangiare e come se la passerà il nostro pianeta. Negli Stati Uniti queste regole rispecchiano sempre di più il progressivo scivolamento verso il “governo della proprietà privata”. Ma anche nella definizione di queste regole, non ci si muove in una sola direzione.

Nel 1999 a Seattle, 65mila ambientalisti, lavoratori e attivisti fecero storia, bloccando l’agenda antidemocratica dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Nel 2008 moltissimi cittadini statunitensi hanno partecipato alla stesura della legge sull’agricoltura (farm bill), imponendo una serie di regole che incoraggiano le coltivazioni biologiche. Il movimento globale per il cibo ha creato anche cento “consigli per la politica alimentare”, degli organismi di coordinamento a composizione mista che agiscono a livello locale e statale. Quest’anno, infine, 83 persone si sono unite per fare causa alla Monsanto, contestando l’“utilità” dei suoi semi ogm e la possibilità stessa di brevettare le sementi.

Ogni minimo cambiamento delle regole crea grandi possibilità. Si pensi, per esempio, agli effetti di una legge brasiliana del 2009, secondo cui almeno il 30 per cento dei pasti scolastici deve consistere di alimenti provenienti da aziende agricole locali a gestione familiare. Da quando, nel 1948, l’alimentazione è entrata nella Dichiarazione universale dei diritti umani, più di venti stati hanno sancito il diritto al cibo nelle loro costituzioni nazionali. A dimostrazione dell’importanza di questo passaggio, vale la pena di ricordare che quando il Brasile ha lanciato la sua campagna “stop alla fame”, riconoscendo il diritto al cibo, la mortalità infantile nel paese si è ridotta di quasi un terzo in sette anni.

Dall’India al Niger
Il movimento globale per il cibo tocca una sensibilità universale, che si manifesta in vari modi: con la raccolta dei semi da parte degli agricoltori in India, con la lotta alla desertificazione da parte dei contadini musulmani del Niger o con l’ambientalismo evangelico degli agricoltori cristiani statunitensi. È in questi movimenti che risiede la forza rivoluzionaria del movimento per il cibo e la sua capacità di capovolgere un sistema di valori distruttivo.

La cultura aziendalistica dominante, in fondo, si basa sulla fede cieca nella capacità di autoregolamentazione del mercato. Il cibo può spezzare questo incantesimo. La forza di questo movimento sta nella sua capacità di cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi: da consumatori passivi e isolati a produttori attivi e collegati tra di loro in una società che tutti contribuiamo a creare.

La sua forza sono le relazioni. La cultura delle multinazionali ci allontana dagli altri, dalla terra e perfino dai nostri corpi, facendoci credere di desiderare quello che ci fa male. Il movimento per il cibo ci spinge a “pensare come un ecosistema”. Nei sistemi ecologici “non esistono parti, ma solo partecipanti”, ci ricorda il fisico tedesco Hans Peter Dürr. Questa “eco-mente” può smascherare la fissazione produttivista, che inevitabilmente si traduce nella concentrazione del potere, generando scarsità di cibo per un enorme numero di persone, a prescindere da quanto si produce realmente. Sintonizzando l’agricoltura con i ritmi e i modi della natura, ci renderemo conto che ci può essere abbondanza per tutti.

Traduzione di Fabrizio Saulini.

Internazionale, numero 918, 7 ottbre 2011

Frances Moore Lappé è una scrittrice e attivista statunitense che si occupa di politiche alimentari e democrazia. Nel 1971 ha pubblicato il libro Diet for a small planet, che ha venduto più di tre milioni di copie.

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